Una missione impressa nell’anima

Ci sono viaggi che si ricordano per i luoghi visitati e altri che rimangono impressi nell’anima. I dieci giorni trascorsi in Albania, presso le Suore Figlie di  Maria Ausiliatrice, appartengono senza dubbio a questa seconda categoria. Non è stato semplicemente un viaggio missionario, ma un’esperienza di vita che ci ha toccati nel profondo, trasformandoci e lasciando nel nostro cuore un segno che porteremo per sempre.

Il cuore della nostra missione è stato il Grest vissuto insieme ai tanti bambini  che fanno parte della parrocchia s. Nicolas dedicata a M. Ausiliatrice ,  che provengono da 7 villaggio, arrivando spesso a piedi. Attraverso giochi, laboratori, canti, sorrisi e momenti di condivisione, abbiamo sperimentato la gioia autentica del servizio. Nei loro occhi abbiamo visto la semplicità, la fiducia e la capacità di donare affetto senza chiedere nulla in cambio. Sono stati proprio loro a insegnarci che il servizio non impoverisce, ma arricchisce profondamente chi lo vive. Ogni abbraccio, ogni sorriso e ogni momento trascorso insieme è stato un dono prezioso che porteremo con noi.

Per alcuni giorni abbiamo condiviso questa esperienza con un gruppo di giovani provenienti dall’Ungheria. Insieme abbiamo vissuto momenti di fraternità e di servizio presso i Padri Rogazionisti, sperimentando come la fede riesca ad abbattere ogni barriera linguistica e culturale. Pur provenendo da Paesi diversi, ci siamo sentiti parte di un’unica famiglia, uniti dal desiderio di metterci al servizio degli altri.

La missione non è stata soltanto attività, ma anche un intenso cammino spirituale. Ogni giornata è stata scandita dalla preghiera, dalla celebrazione dell’Eucaristia e da momenti di riflessione che ci hanno aiutato a leggere quanto stavamo vivendo con gli occhi della fede.

Tra le esperienze più intense vi è stata la visita al complesso del Bunk’Art e al museo dedicato ai martiri della persecuzione comunista a Scutari. Camminare tra i bunker e nelle celle dove uomini e donne hanno sofferto torture e privazioni per non rinnegare la propria fede è stato profondamente toccante. In quei luoghi angusti e silenziosi abbiamo percepito il peso della sofferenza vissuta da un intero popolo e il coraggio di chi ha scelto di restare fedele a Cristo anche a costo della propria vita. È impossibile uscire da quei luoghi senza interrogarsi sul valore della libertà e della fede.

Abbiamo poi visitato la città di Krujë, simbolo della storia albanese, con il castello legato all’eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg. Deportato da bambino alla corte ottomana, Skanderbeg riuscì a ritornare nella sua terra e a guidare il popolo albanese nella difesa della propria libertà. La tradizione racconta che affidò la sua missione alla protezione della Madonna del Buon Consiglio, alla quale rimase sempre profondamente devoto. La sua figura rappresenta ancora oggi un esempio di coraggio, fede e amore per il proprio popolo.

Un altro momento di grande intensità spirituale è stato il pellegrinaggio al Santuario di Sant’Antonio di Padova, a Laç, uno dei luoghi più cari alla fede del popolo albanese. Qui abbiamo percorso con raccoglimento la Via Crucis che sale verso il santuario, fermandoci davanti alla grande croce posta sulla collina. Da quel luogo lo sguardo si apre sull’intero paesaggio circostante, ma soprattutto il cuore si apre alla contemplazione del sacrificio di Cristo e alla speranza che dalla croce nasce sempre una vita nuova.

Particolarmente forte è stata anche la visita al carcere, dove abbiamo incontrato persone segnate dalla povertà, dalla malattia e da storie di grande sofferenza. Abbiamo avuto il privilegio di condividere con loro la celebrazione della Santa Messa, vivendo un momento di autentica comunione. In quei volti abbiamo riconosciuto la presenza di Cristo che continua a chiedere di essere amato e accolto nei fratelli più fragili. È stato un incontro che ci ha insegnato quanto sia importante non fermarsi…alle apparenze, ma saper guardare ogni persona con gli occhi della misericordia.

Ogni giorno trascorso in Albania ci ha ricordato che la missione non consiste soltanto nel dare qualcosa agli altri, ma soprattutto nel lasciarsi cambiare dall’incontro con loro. Siamo partiti pensando di portare un aiuto; siamo tornati con il cuore colmo di doni ricevuti. Abbiamo imparato che basta poco per rendere felice qualcuno, che la speranza può nascere anche nelle situazioni più difficili e che il Vangelo prende vita quando si traduce in gesti concreti di amore, ascolto e servizio.

Questa esperienza ha lasciato in ciascuno di noi il desiderio di continuare a mettersi in cammino. Speriamo che questi dieci giorni rappresentino soltanto l’inizio di tante altre esperienze missionarie, perché abbiamo compreso che, camminando mano nella mano, possiamo prendere per mano tante altre persone che vivono nella povertà, nella sofferenza e nella solitudine.

L’Albania ci ha accolti con la sua storia, la sua fede e il suo popolo. Noi siamo tornati a casa con qualcosa di molto più prezioso: un cuore nuovo, più aperto all’amore, al servizio e alla speranza. Questa missione non resterà soltanto un bellissimo ricordo, ma continuerà a vivere nelle nostre scelte quotidiane, ricordandoci che ogni gesto d’amore, anche il più piccolo, può cambiare la vita di qualcuno. E, prima di tutto, cambia la nostra.

Camilla Persiani

Secondo la mia esperienza missionaria questi 10 giorni in Albania sono stati possibili soltanto grazie a un grande atto di fede, poiché nessuno di noi conosceva la lingua, avevamo presso o che nessuna esperienza da animatori. Ma nonostante tutto questo  siamo riusciti a andare avanti e risolvere tutte queste problematiche lasciando ai ragazzi e a noi stessi un ricordo che ci porteremo per tutta la vita.

Quello che mi hanno colpito più di tutto, è stata probabilmente l’accoglienza degli albanesi, siamo stati subito accettati e compresi in ogni posto in cui siamo stati e con cui abbiamo stretto legami profondi in pochissimo tempo, grazie anche allo stile di comunità con cui abbiamo passato le giornate.

I ragazzi in maggior modo sono quelli che mi hanno sorpreso di più, per il loro grande cuore aperto a noi stranieri e la rapida capacità di affezionarsi a noi. Una delle scene che non mi scorderò mai è stato il momento in cui siamo entrati al grest a metà mattinata durante i laboratori, i ragazzi tutti presi dalle loro creazioni hanno lasciato tutto per poterci accogliere a gran voce all’ingresso gridando i nostri nomi; e stiamo parlando solo del secondo giorno!

Un’altra cosa che vorrei condividere è la mia impressione riguardo alle testimonianze che abbiamo ricevuto durante la nostra permanenza, storie principalmente di donne che hanno condiviso i loro ricordi di un regime non troppo lontano da noi sia per distanza terrestre che temporale. Racconti di sacrifici e sofferenze di persone che hanno saputo resistere a tutti i dolori che la vita ha presentato per poi poterle raccontare anche con un sorriso di un sollievo di un ricordo oramai passato. Oltre alle testimonianze orali abbiamo avuto la fortuna di vedere molti luoghi fisici molto importanti per la storia dell’Albania che racchiudevano le gesta di persone che hanno combattuto per la libertà o più semplicemente per poter seguire degli ideali considerati sbagliati e contro la volontà del popolo, di questi luoghi quello che mi ha fatto più impressione è stato il museo delle torture a Scutari, il quale dopo essere stato trasformato da un monastero a una prigione ha ospitato molte persone che hanno semplicemente voluto esprimere la loro opinione o la propria fede.

In conclusione questa esperienza mi ha portato a maturare e a sviluppare una mentalità aperta contraddistinta da amore e rispetto verso un popolo che molto spesso viene frainteso come quello albanese. Che cosa ho imparato? Che nessuno è così povero da non aver nulla da offrire.

Che possiamo avere occhi differenti per guardare la realtà, senza paura dello straniero, che arriva da noi, solo, non conosce la lingua, trova un ambiente ostile, nessuno che lo faccia star bene, controllato dalla polizia, sfruttato dai datori di lavoro. Lo Stato che dovrebbe dare un’opportunità crea un sistema infernale e alla fine, la mala vita è l’unica che apre le porte. Se lasciassimo cadere le nostre paure e ci mettessimo nella pelle degli altri, vedremmo un fratello più che un nemico. E noi che siamo liberi di professare la nostra fede, molto spesso la rinneghiamo per pigrizia, o perché cerchiamo un Dio che lavori al posto nostro, riscopriamo un Dio che ci ha creati a Sua immagine per farci collaboratori unici. Con Carlo Acutis, che abbiamo proposto ai ragazzi del campo scuola e che ho visitato ad Assisi nel ritiro cresima come animatore, direi, cerchiamo di essere originali non brutte fotocopie.

Pierpaolo Gunnella